Transcontinental Race – 2017 – EDITING 5%

Urgent communication

Dear TCRNo5 Riders,Early this afternoon we received confirmation of a fatal road traffic collision involving Frank Simons, rider 172. It is the saddest and most shocking news and our thoughts are immediately with Frank’s family, who we have been in contact with through their nominated next of kin.
To all of you out on the road; we are here for you. If you want to contact us we are available on 00447423171328 and race@transcontinental.cc
We will make a further statement very soon. With Love, Anna and the TCRNo5 team.

ENGLISH VERSION COMING SOON

Ma chi è Frank Simons? Cosa è successo? E adesso? Dove vado? Cosa faccio?

Un nodo alla gola mi soffoca ed io alzo il fazzoletto bianco fino a sopra il naso, fino a toccare la parte inferiore degli occhiali, quasi a voler scomparire dietro quella maschera firmata Oakley e Kalenji, giù sulle prolunghe e si continua a pestare.

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Incrocio altri con le bici da bikepacking, lungo la ciclabile che costeggia il fiume Reno, sono seduti nelle aiuole con le bici sdraiate a fianco, mi fanno cenno col braccio e mi chiamano:”hey fixie!!!”, perchè anche a volto coperto non potrei nascondere il colore sgargiante della mia bicicletta, è di un arancione fluo, colorata in fretta e furia a poche ore dalla partenza, cercando di assecondare il desiderio degli organizzatori perchè ci rendessimo più visibili possibile sulla strada, perchè si potessero evitare incidenti o tragedie, a quanto pare non è andata bene a tutti e sono passate solo 17 ore dalla campana della partenza nella piazza del mercato di Geraardsbergen.

Mi chiamano dalle aiuole, gli occhi tristi e l’aria smarrita, io non mi fermo, non rallento nemmeno, gli sfilo a fianco come se non volessi vederli, come se non fermandomi quello che è successo sia un po’ meno reale, come se fosse solo un’insieme di pixel sullo schermo del cellulare e non la tragedia che ha segnato la quinta edizione della Transcontinental Race.

Io pedalo senza tregua, ho mangiato da poco e riempito le borracce, potrei non fermarmi per molte ore, almeno fino a sera, come se a bordo della mia bici potessi volare oltre la realtà dei fatti. E pedalo e pedalo lungo la ciclabile verso il primo Check point di Schloss Lichtenstein, nel sud della Gemania, non ho nessuna intenzione di scendere dalla bici prima di essere arrivato al primo punto di controllo di questa avventura che ho tanto desiderato e per la quale mi ero impegnato anima e corpo durante tutto l’anno precedente, ora era tutto in pericolo, l’idea che potessero annullare l’evento mi attanagliava e nella mia testa mi ripetevo che a prescindere da qualsiasi decisione della direzione di gara, io sarei arrivato comunque in Grecia passando per i check point designati, del resto avevo fatto una promessa e non sono certo il tipo che non mantiene.

Pedalo e mi macino il cervello pensando a tutto l’impegno versato in questa impresa, a tutti i sacrifici, alle infinite ricerche e test delle attrezzature e alle interminabili ore sulle mappe per disegnare la traccia definitiva. Penso a come sono arrivato lì, a correre una gara così prestigiosa ed impegnativa, a fianco dei ciclisti delle lunghe distanze più agguerriti, selezionati in tutto il mondo per partecipare ad un evento epico.

Allora torniamo indietro alla prima volta che ho sentito parlare della Transcontinental Race, su un articolo di metà settembre 2015 su fixedforum (http://www.fixedforum.it/blog/2015/09/11/transcontinental-intervista-a-niccolo-e-jacopo) leggo di questa impresa ardita di due ragazzi che immagino del giro delle biciclette a scatto fisso, l’autore è Richard, uno dei due fondatori del forum che intervista Jacopo Porreca e Niccolò Varanini, appena rientrati dalla Turchia; io in quel periodo mi ero appassionato molto delle fisse e appena potevo prendevo il treno per andare a competere nelle altre città nel circuito di gare dedicate a questo tipo di bici. Mi presentavo in sella alla mia fedele Bianchi mountain bike convertita, spesso arrivando direttamente in bici oppure rientrando verso Bologna il giorno dopo a pedali.

Dall’intervista irriverente ai due scanzonati ultracycler passo al sito di Chris White (https://ridefar.info/races/transcontinental-race/) che è stata una buona raccolta di informazioni utili per arricchire il mio bagaglio tecnico culturale del viaggiare con il meno possibile alla ricerca di una maggior efficienza. Leggo ogni singola pagina e faccio tesoro delle informazioni contenute, mi guardo tutti i video su youtube relativi alla gara, a cominciare da “Melons, trucks and angry dogs” e poi tutti gli altri, leggo tutti gli articoli che trovo online e ne catalogo i link in una cartella fra i preferiti, cerco di informarmi il più possibile ed inizio a fantasticare di come potrebbe essere un’esperienza del genere.

Sono appena rientrato da un viaggio in bici, in tandem da Bologna a Barcellona seguendo la costa, ancora ho nelle narici l’odore delle spiagge catalane e mi ritrovo rivettato ad una scrivania d’ufficio dal lunedì al giovedì. Il viaggio appena concluso mi ha lasciato con l’amaro in bocca, non si è concluso come speravo, anzi si è concluso, mentre io avrei voluto che non finisse, che avremmo potuto continuare a pedalare oltre la meta che ci eravamo dati verso nuove avventure che avrebbero reso le nostre giornate degne di essere vissute. Ero frustrato e la mia compagna mi aveva chiaramente detto che l’anno successivo avremmo fatto qualcosa di più rilassante; “l’anno successivo” diceva, come se non ci fosse altra alternativa per noi se non trascorrere le successive cinquanta settimane nell’attesa di quei quindici giorni che avrebbero dovuto “rilassarci”. Quest’idea mi atterriva l’umore e schiacciava le mie prospettive, non potevo far altro che navigare sul web e cercare ogni singola gara per mettermi alla prova e trarre abbastanza soddisfazione per poter rientrare il lunedì in ufficio.

Ogni occasione era buona per mettermi in gioco e settimana dopo settimana i manifest delle gare ed i premi vinti sedavano la mia voglia di esperienze avventurose e le cinquanta settimane sono passate e mi sono ritrovato su un traghetto per la Sicilia, in macchina, col bagagliaio pieno di roba con la prospettiva di rimanere imbottigliato nel traffico delle coste sicule nel disperato tentativo di spostarci da una spiaggia all’altra.

Sono particolarmente affezionato alla Sicilia perchè è un’isola con molto fascino ed essendo mezzo siculo la sento anche un po’ casa, per ogni posto che visitiamo penso che sarebbe stato molto più affascinante se lo avessimo raggiunto sul sellino di una bici e mi riprometto di tornare per riassaporarla in maniera differente.

Mentre visitiamo le calette seguo l’edizione 2016 della Transcontinental Race, quest’anno partecipa solo Jacopo e seguo il suo dot su trackleaders muoversi sulla mappa assieme ad altri 299 pallini che uno dopo l’altro si spengono, quando accade significa che il corridore si è ritirato ed è sicuramente un dispiacere ma anche motivo di orgoglio vedere l’italico pallino procedere. Ci sono altri pallini nostrani, quelli di Alberto Vaghi e di Wally Rossano, una coppia agguerritissima che purtroppo non riuscirà a concludere l’impresa.

E Jacopo ce la fa ad arrivare in fondo, battagliando con Stephane, un francese di origini nordafricane, che l’anno precedente aveva corso in scatto fisso, unico nella categoria ad aver azzardato e completato il percorso senza marce e senza ruota libera. Lo cerco su Facebook e lo contatto, gli chiedo informazioni ed esprimo il mio interesse nella gara, lui cerca di dissuadermi dal partecipare con una bicicletta a scatto fisso, mi dice che è meglio riuscire a concluderla con una tradizionale col cambio e tutto il resto piuttosto che fallire miseramente solo per l’ostinazione di voler fare qualcosa di speciale, ma io non sento ragioni e una bici “tradizionale col cambio e tutto il resto” nemmeno ce l’ho, ho solo la mia Bianchi mountain bike convertita con la quale sarei pronto a partire in qualsiasi momento per le avventure più incredibili, sicuro che non mi abbandonerà.

Comincio comunque a parlarne agli amici ciclisti e nessuno crede ce ce la possa fare, del resto non sono un atleta, sono decisamente sovrappeso e la mia bici non è adatta. Mi iscrivo alla newsletter della Transcontinental per ricevere la comunicazione dell’apertura delle iscrizioni, nel frattempo insisto a partecipare alle garette a scatto fisso.

Poi un giorno Pier mi chiede di accompagnarlo a Verona il giovedì sera per una garetta amichevole organizzata dai corrieri locali, accetto di buon grado e preparo la bici con le gomme leggere per affrontare meglio le eventuali salite in collina. Purtroppo un imprevisto trattiene il mio compagno di avventure e mi ritrovo ad andare a Verona da solo, del  resto un letto mi avevano detto che mi aspettava e mi dispiaceva rifiutare. A Verona conosco Filippo e Biagio che mi presentano al resto della truppa, ci dettano la lista degli indirizzi, che mi appunto sulla cartina muta che ho preparato per l’occasione e VIA!!! Ma non parte nessuno, restano tutti li a ponderare bene, io ho già segnato tutti i punti e deciso quale sarà il giro più utile, accendo la GoPro e parto. Mi perdo subito su uno stradone assolutamente poco cycle friendly dove la macchine sfrecciano e mi tocca arrampicarmi fuori da quella situazione, incontro Michele e Cristiano ed assieme affrontiamo la gara come una squadra fino all’ultimo sprint a pochi metri dall’arrivo, quando Cristiano prende la ciclabile ed io rimango bloccato da una macchina parcheggiata su un passo carraio, arrivo così secondo ma primo ed unico out of town, festeggiamo a coca cola sulla ciclabile lungo un canale, ci complimentiamo l’un l’altro e vengo ospitato a casa di Biagio, sulla collina che sovrasta Verona, un posto dal panorama mozzafiato.

Sono stato accolto così bene a Verona che all’alleycat organizzata per il compleanno di Cristiano mi presento agguerritissimo, mi dicono che c’è uno che ha una gran gamba, il famoso Niccolò Varanini, quello che ha fatto la Transcontinental Race. Mi carico abbestia per la situazione ed il festeggiato, dopo averci dato i manifest fa partire una musica anni ’80 dalla casa di uno stereo, la musica finisce e VIA, comincio a cercare gli indirizzi ma il cellulare mi abbandona, la batteria non da segni di vita e non ho un power bank, non mi resta altro da fare che accodarmi a qualcuno della zona, scelgo Filippo che è appunto un corriere locale, sta aspettando Biagio ma è sparito, lo seguo fino al primo check e poi anche verso gli altri, non potendo essere utile nella ricerca dei controlli cerco di fare la mia parte facendolo stare in scia nei rettilinei. Ci spostiamo nello stesso quartiere industriale, popolato di camionisti e prostitute, la zona è ristretta ma il sistema di pic e drop ci costringe a molteplici andirivieni. Continuiamo ad incrociare anche altri corridori e tra di loro anche il Varanini proprio all’ultimo check prima dell’arrivo. Lui con poche pedalate fa volare il suo Legor seminandoci, non ci resta che azzardare uno sprint nella speranza di potergli tagliare davanti, sia io che Filippo siamo galvanizzati dalla situazione e spingiamo a tutta fino agli ultimi metri dove per correttezza lascio passare la mia guida ottenendo comunque un secondo posto davanti a Niccolò.

Da quel momento mi si è piantata nel cervello l’idea che ce la potessi fare, mi sono convinto a forza che se ero riuscito a fronteggiare Niccolò a Verona avrei potuto competere anche in una gara sulla lunga distanza. Ho preso coraggio e mi sono iscritto per le selezioni della Transcontinental Race.

Dopo alcuni giorni ci è stato poi comunicato che era stato indetto un concorso per poter ottenere una sponsorizzazione legata al cap. 171, ossia il numero di Jacopo che nel 2016 è stato inserito nello staff dell’organizzazione dell’evento. Il concorso prevedeva che compissimo in pieno inverno una distanza di 300 chilometri tutti d’un fiato.

Volevo dare all’episodio un sapore italiano alla prova ed avevo pianificato di andare da Bologna a Firenze passando dal passo della Raticosa per avere l’occasione di raccontare del mio passato motociclistico. La stagione purtroppo ha portato delle gelate improvvise che mi hanno costretto ad essere più cautelativo e dirottarmi su un’altra meta cara a noi emiliani e romagnoli: la riviera. Avrei pedalato da Bologna ai lidi Ravennati per poi scendere fino a Pesaro ed approfittare per risalire sulla via panoramica, scendere fino ad Ancona e dare l’ultimo tirotto su fino al Conero dove avrei potuto fare una bella foto panoramica dalla terrazza della piazza principale di Sirolo.

 

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