Giorno 12 – da San Quirico d’Orcia a Radicofani

Distanza: 42 chilometri 

Dislivello positivo: 790 metri 

Tempo di percorrenza: 4 ore

Partendo dal centro di San Quirico d’Orcia al mattino si avrà solo l’imbarazzo della scelta per fare colazione, una serie di bar e negozi di alimentari si susseguono nella via principale, per il supermercato dovremo invece aspettare le nove e.

A soli sei chilometri verso Sud da San Quirico d’Orcia, risiede Bagno Vignoni, la più importante località termale della regione. Seguendo le sorgenti termali dalla grande piscina della piazza centrale si arriverà alla zona degli antichi mulini dove si potrà approfittare delle calde acque benefiche tuffandosi nelle vasche più a valle o anche solo immergendo i piedi nei piccoli canali a disposizione. (Questo può anche essere riallocato nella parte finale della tappa precedente)

Potremo scegliere di cominciare la giornata con una decina di chilometri di asfalto verso nord-est sulla strada provinciale 146 di Chianciano oppure lanciarci subito su una tipica strada bianca toscana verso est che si ricongiungerà alla provinciale non prima di averci regalato l’occasione di visitare la cappella della Madonna di Vitaleta per una prima pausa, non conviene infatti affrettarsi verso al salita impegnativa di questa giornata, per non doverla compiere nelle ore più calde. Sarà un’ottima scusa per godere di panorami semplici ma di grande respiro.

Dopo un’ultima breve salitella ci troveremo alle porte di Pienza, una cittadina che il pontefice Pio II voleva rendere una sorta di “città ideale” tanto da commissionarne la completa ristrutturazione a cura di Bernardo Rossellino. Pienza rimarrà uno degli esempi più significativi di progettazione urbanistica razionale del Rinascimento italiano.

Le dimensioni e la conformazione del paese ci invoglieranno a visitarlo a piedi, spingendo la bicicletta tra le viuzze e le piazzette cercando la piazza principale, dedicata per l’appunto al pontefice.

Troveremo una infinità di negozietti di artigianato e prodotti tipici che potremo poi gustare sulle panchine di pietra posizionate lungo la circonvallazione a sud, subito fuori dalle mura, che garantiranno un panorama spettacolare che aumenterà il gusto di una merenda. Alle panchine è affiancato un tabellone (da fotografare) informativo che illustra la vallata ed indica i nomi di ogni singola collina. 

Ripartiamo fra i tornanti in discesa: tre chilometri di leggerezza ciclistica ci porteranno in men che non si dica a valle sulla strada provinciale del Monte Amiata.

All’incrocio prendiamo a sinistra in direzione Contignano, dopo un paio di chilometri sulla destra incontreremo un albero monumentale (da fotografare) di trecento anni: la quercia delle Checche, che in dialetto toscano sarebbero poi le gazze, che nidificano fra i suoi rami.
Quattro secoli fa la zona era caratterizzata da un esteso querceto che venne in seguito disboscato per far spazio prima alla ferrovia e poi alle bonifiche. Questo ultimo esemplare è stato salvaguardato fino a divenire nel 2017 il primo caso di Monumento Verde in Italia. Sotto alle sue fronde hanno trovato riparo genti di tutti i tipi e di varie epoche, dai contadini locali ai militari dell’esercito napoleonico. Una pausa all’ombra per chi viaggia è sempre gradita, ed in questo caso l’occasione di avvicinarsi ad un personaggio così anziano che abita questa valle da generazioni ci farà di certo sentire piuttosto giovani a prescindere dal numero scritto sulla nostra carta d’identità.

Proseguendo poi sulla provinciale costeggeremo la riserva naturale Lucciola Bella, ad un paio di chilometri dal quercione, sulla sinistra, troviamo la Fattoria Pianporcino dove possiamo approfittare per assaggiare il pecorino di Pienza.

E’ ormai da un po’ che in lontananza si scorge la torre di una rocca che sembra non avvicinarsi mai, è la nostra meta della giornata che fa capolino come a prendersi gioco di noi e ci ritroveremo a cercarla inconsciamente con lo sguardo fra un colpo di pedale e l’altro.

Svoltando per Contignano, al chilometro ventisei della tappa odierna si comincia a fare sul serio: comincia la salita che ci conduce prima al paesino dove troveremo una fontana dove fare rifornimento di acqua fresca.

Per i prossimi otto chilometri ci ritroveremo a percorrere un crinale collinare dove il panorama da entrambi i lati ci intratterrà mentre continueremo questo falsopiano in salita. Proprio prima dell’ultima rampa che ci porterà a Radicofani troviamo un belvedere attrezzato con tavoli e una fontana, potremo fare una pausa e riprendere fiato oppure prendere la rincorsa e spararci questi ultimi quattro chilometri di salita costante al 7% sempre con gli occhi puntati alla torre.

Seguiamo le indicazioni per la Rocca fin su in cima a costo di scendere e spingere. Fermarsi e ripartire ci potrebbe far perdere lo slancio, meglio raggiungere la sommmità dove risiede la fortezza, in un modo o nell’altro rimarrete comunque senza fiato.

La struttura, risalente all’epoca carolingia, dal 1153 di proprietà dello Stato Pontificio, per quasi due secoli è stata in parte anche gestita dalla Repubblica di Siena. Fanno eccezione due intermezzi dove compare un improbabile personaggio: messer Ghino (Ghinotto) di Tacco, che appunto in due occasioni la occupò.

Dopo essere stato cacciato da Torrita di Siena, sua città natale, si da al brigantaggio in maremma, alla prima occupazione di Radicofani, fino ad allora considerata impenetrabile, nasce la leggenda di questo imponente brigante gentiluomo che alternava la sua figura di castigatore di ingiustizie e di potenti a quella di audace bandito. Tant’è che si guadagnò un posto negli scritti di Dante dove figura nel quarto canto del Purgatorio della Divina Commedia: “Quiv’era l’Aretin che da le braccia, fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte”. Anche il Boccaccio lo cita nel suo Decameron, nella II novella del X diorno: “Ghino di Tacco piglia l’abate di Clignì e medicalo del male dello stomaco e poi il lascia quale, tornato in corte di Roma, lui riconcilia con Bonifazio papa e fallo friere dello Spedale”.

All’interno della fortezza, visitabile tutti i giorni dalle dieci alle otto di sera, troviamo il museo del Cassero, che contiene reperti archeologici locali dall’età etrusca al cinquecento.

Sul lato Sud della cittadina troviamo la Posta Medicea “Osteria Grossa” che dal 1584 sfoggia un duplice loggiato di sei arcate su due piani.Venne usata come stazione di posta e cambio cavalli fino alla fine del 1800.

Sull’altro lato della strada vediamo la fontana medicea, purtroppo attualmente chiusa.

La fontana attiva più fresca del paese è quella in piazza Ghino di Tacco, all’interno del centro storico, non sarà difficile farsela indicare e sarà un piacere passeggiare per l’antico borgo che è caratterizzato da alcune botteghe e diversi ristoranti tipici dove gustare una pasta tipica del borgo: i cazzagnoli, che sono una variante più semplice dei pici, un piatto povero della tradizione condito solamente di sale, olio ed aglio. Assieme ad un bicchiere di vino ci offriranno il ciaffagnone, una sorta di crespella di farina condita con il cacio.

Volendo pernottare in paese sarà necessario prenotare con un discreto anticipo una delle varie strutture ricettive in modo da garantirsi una piacevole serata nel borgo che anche nel periodo più caldo dell’anno, grazie al suo particolare microclima, ci darà ristoro per affrontare al meglio la tappa del giorno successivo.

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